Il 24 gennaio, in occasione del sessantesimo anniversario della morte del senatore Michele Gortani, la pagina L’Altra Montagna gli ha dedicato un bell’articolo (link). Anche io, nel mio piccolo, anni fa dedicai un post a questo grande uomo carnico, purtroppo non abbastanza conosciuto e riconosciuto per i suoi molti e importanti meriti (link).
Vi invito a leggere entrambi gli articoli, e poi a fare una riflessione.
Gortani, nato nel 1883, era insieme scienziato, antropo ed etnologo, storico e filantropo, politico e intellettuale profondamente credente. La sua attenzione per la montagna e per le terre più disagiate non nasceva da un interesse di parte in quanto carnico, ma dalla consapevolezza che quei territori fossero strutturalmente più fragili e meno tutelati rispetto alle aree centrali, di pianura o urbane, dove i servizi, le opportunità e le infrastrutture sono storicamente più accessibili.
Come ricordava durante i lavori dell’Assemblea Costituente, la montagna non è un luogo “secondario” o periferico. Egli sottolineava che qui la vita si svolge in condizioni di durezza e disagio, e che le comunità meritano tutele concrete, non solo parole. Per questo propose che la Costituzione prevedesse esplicitamente provvedimenti a favore delle zone montane: un principio di responsabilità e lungimiranza che ancora oggi rimane un esempio oserei dire ineguagliato.

Il Senatore Gortani
“Matrigna la natura, al nostro montanaro, e matrigna la patria; e tuttavia è pronto, così per la patria, come per la nativa montagna, a sacrificare, ove occorra, anche sé stesso. Perché la montagna è la sua vita, è la sua patria, è la sua ragione di vivere. E in lei non ha ancora perduto la sua fiducia. Facciamo che non la perda.
Ed intanto le selve si diradano, inselvatichiscono i pascoli, cadono le pendici in crescente sfacelo; le acque sregolate rodono i monti ed alluvionano ed inondano le pianure e le valli; intristiscono i villaggi a cui non giungono le strade né i conforti del vivere civile; la robustezza della stirpe cede all’eccesso delle fatiche e delle restrizioni, e la montagna si isterilisce e si spopolano.”
Leggere queste parole oggi è un monito: la montagna, le comunità delle terre alte e i giovani che vogliono restare meritano attenzione reale e progetti lungimiranti, non promesse vuote né interventi episodici, utili a tamponare le emergenze momentanee, non a creare solidi e durature basi per una ‘restanza’ in tempi lunghi.
Quando oggi si parla di promesse politiche e di sviluppo dei territori, è necessario esercitare prudenza e spirito critico. Le parole si lasciano dire e la carta si lascia scrivere, come mi ammoniva sempre mia nonna Lina. Ma è fondamentale poi verificare se alle dichiarazioni seguono i fatti, e soprattutto quali interessi reali vengano perseguiti.
La montagna non può essere pensata come un territorio da valorizzare solo quando produce un ritorno immediato. Progetti che sembrano funzionare “oggi” non sono necessariamente sostenibili nel lungo periodo. Un esempio evidente è l’idea di puntare quasi esclusivamente sul turismo, soprattutto se legato alla neve.
Al di là delle convinzioni personali – che di fronte alla realtà dei fatti nulla contano – sul cambiamento climatico, un dato è evidente e inconfutabile: non nevica più come un tempo. In zone come la Carnia, fino a quarant’anni fa la neve copriva il territorio da novembre a marzo; oggi è spesso un evento occasionale. Pensare di fondare il rilancio di questi territori puntando sugli impianti sciistici non appare realistico né lungimirante.
Serve invece una visione più ampia, capace di immaginare alternative economiche e sociali, in grado di garantire continuità, stabilità e qualità della vita. Perché il vero nodo è questo: permettere alle persone, e in particolare ai giovani, di restare.
Il costo della vita è aumentato sensibilmente in poco tempo, incidendo sempre di più sulla spesa delle famiglie. Il costo del caffè o della cioccolata sono più che raddoppiati in un anno. Per fare un esempio. Conosco persone che hanno rinunciato alla carne non per convinzioni ideologiche o morali, ma perché non se la possono più permettere, se non in occasioni speciali.
La sanità pubblica è in forte sofferenza e nelle aree interne la situazione è spesso critica: mancano medici, servizi di prossimità, continuità assistenziale. Abbiamo medici di vallata con orari ridotti e in paesi distanti dal proprio, con trasporti pubblici non consentono una mobilità adeguata, rendendo difficile spostarsi senza mezzi propri.
Per molti giovani, anche con un percorso di studi alle spalle, costruire una vita autonoma e dignitosa appare sempre più difficile.
Un giovane che, pur lavorando, arriva a malapena alla fine del mese; che non può permettersi un mutuo per comprare una casa senza l’aiuto della famiglia; che rinuncia a viaggi, e spesso perfino alle visite mediche specialistiche, che vive costantemente senza margine per affrontare un imprevisto, è un giovane senza futuro.
E un giovane senza futuro difficilmente potrà costruire una famiglia. Senza nuove generazioni, il problema della denatalità non è più solo un tema astratto: diventa una questione strutturale che riguarda il lavoro, la tenuta del sistema previdenziale e le pensioni di domani. Tutto è collegato.
Questi non sono slogan, ma dati oggettivi, sotto gli occhi di tutti.
Per questo è necessario che le politiche per la montagna, per i territori fragili e per le aree interne siano pensate con lungimiranza, non come interventi spot o operazioni di immagine, ma come scelte capaci di produrre effetti nel tempo.
Allo stesso tempo, la storia insegna che il cambiamento non nasce dalla rassegnazione.
Uniti si possono cambiare le cose, ma solo a condizione di informarsi, di tutelarsi, di esercitare spirito critico.
La fiducia cieca verso una parte politica, o al contrario dire ‘sono tutti uguali, io non voto’, non è esprimere un’opinione: è delega passiva, rinuncia, piegarsi alle decisioni imposte dall’alto o dagli altri.
E bisogna sempre tenere presente che la comunicazione, in ogni forma, ha un ruolo decisivo. Quando le notizie vengono semplificate, distorte o ridotte a contrapposizione, diventa più difficile comprendere la complessità dei problemi e difendere i propri diritti.
La cosiddetta “legge del più forte” non è una legge giusta: è la legge della paura e della sottomissione. La storia mostra che raramente i più forti difendono spontaneamente i più deboli. Molto più spesso emergono comportamenti opportunistici: forti con chi è fragile, prudenti o remissivi con chi detiene il potere. Il peggior tipo di persona: il forte coi deboli e il debole coi forti.
Ricordare figure come Michele Gortani serve anche a questo: a ricordare che la politica può, anzi deve, essere responsabilità e visione; che la cultura può, anzi, deve essere uno strumento di tutela per il cittadino; che informarsi, pensare e partecipare sono atti necessari.
Non per idealizzare il passato, ma per non rinunciare al futuro!
sandro
Cara Anto, per quanto sopra da te espresso, ho avuto immenso piacere di comprendere un po’ di più della tua e forse anche un pò mia di Carnia, attraverso anche le persone che con il loro “essere e fare” l’ hanno desiderato che essa continuasse a rivivere specie con le proprie risorse ed al di là di alcune visioni propagandistiche ed effimere di oggi Sandro