Indipendentemente da quello che accade a me o al mondo, ho deciso che voglio raccontare cose belle. Un piccolo toccasana per l’umore e per l’anima, uno spruzzo di benzina per il fuoco della speranza.
Perché ogni giorno, aprendo un giornale, accendendo la TV o scorrendo un social, siamo sommersi da un fiume continuo di orrori: guerre, violenze, ingiustizie, morti, truffe, catastrofi, politica che divide invece di unire.
Sembra quasi che il mondo intero voglia convincerci che tutto vada male. Che non ci sia più spazio per sperare.
E invece no.
Io mi rifiuto di abbandonare la speranza. Per me, per i miei figli, per chi amo, per tutti.
Le belle notizie esistono, e sono più numerose di quanto crediamo. Solo che fanno meno rumore: non conquistano titoli, non attirano click. Restano sullo sfondo, come una musica gentile messa troppo bassa per sentirla.
Ed è un peccato, perché sono proprio quelle a farci respirare.
Perché raccontarle?
Perché il bene non è ingenuo.
È potente, è resistente, è uno scudo contro il dolore e la negatività.
E quando lo si nomina, si moltiplica, come le onde che si allargano su un lago tranquillo quando cade un sasso.
In questi giorni ho capito una cosa: non è solo il mondo a riempirci di brutte notizie.
A volte lo fanno anche le persone.
Ci sono quelle che, quando le incontri, ti rovesciano addosso un fiume di negatività. Provi a dire che, dove c’è un problema, spesso esiste anche una soluzione – anche se ancora non la vediamo; accenni a uno spiraglio, a un “forse si può fare” – e ti guardano male.
Come se l’ottimismo fosse superficialità, menefreghismo, ottusità.
Come se, davanti alle difficoltà, l’unica risposta possibile fosse il buio e la disperazione.
E tu ti ritrovi lì, dopo mezz’ora di interazione, svuotata, sfinita, come se avessi lavorato dodici ore in miniera. Perché queste persone ti prosciugano l’energia, spesso senza nemmeno accorgersene.
Lo stesso accade con l’informazione: tragedie, scandali, catastrofi in loop. Il bene, se c’è, passa veloce e poi sparisce.
Eppure il bene esiste. È vivo. È grande. Solo che non fa abbastanza notizia.
Per esempio, posso raccontarvi di una persona – che non nominerò per non farla arrabbiare – benestante e senza figli, che ha deciso di proteggere per sempre una famiglia a cui ha voluto bene per tutta la vita.
Ha comprato loro una casa e gliel’ha intestata.
Ha garantito un lavoro ai genitori quando tutti avevano chiuso loro la porta in faccia. Ha fatto in modo che ai figli non mancasse nulla finché non fossero abbastanza grandi da camminare da soli.
E tutto questo senza chiedere nulla a nessuno, senza un articolo di giornale, senza un riconoscimento.
Oppure un’altra donna, italiana che vive all’estero con la famiglia, che ha accolto in casa un ragazzo africano proveniente da una zona martoriata da guerra e carestie.
Lo ha aiutato a mettere in regola i documenti, gli ha dato un tetto, un’occasione, un futuro.
Lo ha accompagnato finché non è stato economicamente indipendente, finché non ha potuto trovare una casa sua e costruirsi una vita dignitosa e serena.
Quando me lo ha raccontato, davanti alla mia commozione per il suo grande cuore, lei ha risposto:
“Non ho fatto niente di speciale. Noi siamo privilegiati e la fortuna va condivisa.”
Lo ha detto con la stessa naturalezza con cui ci scambiamo ricette o consigli di giardinaggio.
E poi ci sono le persone che tutti noi conosciamo: quelle che non chiedono nulla per sé e dicono semplicemente: “Per qualsiasi cosa, io ci sono.”
Quelle che ti lasciano un pollo allo spiedo sul davanzale quando stai male, così non devi cucinare.
Quelle che ti telefonano e dicono: “Tra mezz’ora passo, vuoi darmi la biancheria da stirare?”
Quelle che arrivano con il tuo tè preferito solo per farti un po’ di compagnia.
Persone che costruiscono, riparano, accolgono, ascoltano.
E lo fanno in silenzio.
Sono loro che sostengono il mondo.
E io voglio parlare anche di loro. Anzi: soprattutto di loro.
Voglio dare spazio a chi non lo chiede, a chi fa il bene come si annusa un fiore: in silenzio.
Perché in un mondo che spegne, queste persone tengono accesa la luce.
E se non le vediamo, è solo perché siamo distratti dal rumore.
Non so se cambierà qualcosa.
Ma so questo: io di buio non voglio più vivere.
E se il mondo non dà risalto a queste storie… allora lo farò io.
Nel mio piccolo, con le mie parole, in questa pagina.
Perché la bontà silenziosa non salva solo chi la riceve.
Salva anche chi la osserva.
E, qualche volta, salva chi la racconta.
🔬 Nota scientifica
La psicologia lo conferma: il nostro cervello ricorda molto più a lungo e con maggiore intensità le parole negative rispetto a quelle positive.
Si chiama negativity bias: uno sgarbo, un insulto, una critica lasciano un’impronta profonda; un complimento, invece, tende ad affievolirsi più rapidamente. È un meccanismo evolutivo: il negativo rappresentava una minaccia, quindi andava memorizzato.
Per questo il bene va cercato, riconosciuto, raccontato: ha bisogno di voce.
Alberto
Dipende. Magari qualcuno aiuta e poi le Istituzioni ti remano contro. A Tolmezzo e a Socchieve. Buona serata
Alberto