Carnia, terra di confine. E anche questa pagina a volte sconfina in altri luoghi, veri o metaforici

bellezza, montagna, natura, riflessioni

L’abbraccio del bosco

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Ma voi lo sapete che il bosco ha le risposte?
Le risposte a quali domande? Vi chiederete, perplessi.
Beh, non proprio a tutte, forse, anche se non ci giurerei.
Ma a molte sì.
E ha anche il rimedio a un sacco di problemi, un po’ come, secondo mia nonna, l’acqua di malva era la panacea per tutti i mali.


Nella letteratura e nell’arte più in generale, dal Medioevo in poi, il bosco ha assunto un significato ambivalente: o era il locus amoenus, dove si trovava pace, serenità, risposta agli enigmi e soluzione ai problemi che la sorte aveva riservato, oppure la “selva oscura”, un luogo oscuro e minaccioso, ricco di pericoli, insidie e incognite.

foto di Giuseppe Ulizio

foto di Giuseppe Ulizio

Questa ambivalenza è dovuta anche alla diversa interpretazione nel corso del tempo e delle varie correnti letterario-filosofiche, della natura in contrapposizione con la civilizzazione cittadina: natura, che, a seconda dei casi, poteva essere madre benevola, salvatrice, accudente e confortante, oppure matrigna, ostile, nemica, minacciosa.
Entrando nella selva oscura, dove la luce del sole filtra solo attraverso le fronde degli alberi, che più si fanno fitte meno le permettono di penetrare, ci si inoltra in un intrico labirintico, ingannatore e disordinato di rami, piante, radici, dove è più facile “smarrire la retta via” che trovarla, e dove si devono  affrontare bestie feroci, spesso anche di natura ultraterrena. E poi sfide, ostacoli, pericoli, e dopo averli superati, e aver subito magari anche un’iniziazione, si può finalmente tornare nel rassicurante ordine precostituito, prevedibile, delle città antropizzate e antropocentriche, con case, palazzi, vie di facile localizzazione e identificazione.
E la razionalità dell’uomo, la sua intelligenza, saggezza e sapienza hanno la meglio sul caos istintivo e ferino della natura.
Oppure.


Oppure è homo homini lupus, e la città, di contro, è piena di insidie, pericoli, lusinghe, inganni tessuti e tesi dagli uomini ai danni dei loro simili.
E allontanamento dalla natura primigenia, dalle radici dell’umanità, dalla sorgente di energia e purificazione, mentre il bosco è avvicinamento alla terra e al contempo al cielo, come gli alberi stessi, ancorati al terreno con profonde radici eppure elevati, tesi verso l’alto con i loro fusti e rami.
E chi, se non le piante e gli alberi, ci fornisce l’elemento essenziale per la nostra stessa vita, l’ossigeno?
E, sempre gli alberi, hanno fornito la materia prima per il più grande cambiamento della storia dell’uomo: il fuoco. E riparo, protezione, materiale per la costruzione di imbarcazioni per lasciare le case e andare verso l’altrove, dominando, dopo il fuoco, un altro elemento naturale: l’acqua.
E dove era localizzato l’Eden, il Paradiso Terrestre?
Non in una città, non sotto i mari, ma in un giardino incantato, dove crescevano alberi e piante meravigliosi e miracolosi.

Tutta questa pappardella, che vi avrà (ma spero di no), annoiato, per parlarvi del bosco, appunto, il posto dove io mi rifugio per ritrovare la “retta via”, non per smarrirla ulteriormente.
Nel bosco, soprattutto se ha piovuto da poco e gli odori sono più intensi, si dovrebbe entrare col cellulare spento o almeno silenziato, e usare tutti i sensi per poterne godere al meglio e completamente.
E sedersi su un tronco caduto, su un sasso, o per terra, col viso rivolto verso l’alto, verso la luce che filtra dalle fonde degli alberi, regalandoci uno spettacolo a cui i giapponesi hanno dato un nome proprio: komorebi, che indica anche uno stato d’animo, una sensazione mutevole, fuggevole, intrisa di malinconia perché ricorda la mutevolezza, l’impermanenza di tutte le cose.


Ma se tutto è mutevole e impermanente, come la luce che filtra tra le foglie degli alberi un attimo per poi svanire, oscurata da una nube, o dal vento che cambia la disposizione delle fronde, lo sono anche le situazioni e le emozioni spiacevoli, che muteranno, lasciando posto ad altre più gradevoli.
Come le stagioni, che si alternano da sempre, ciclicamente diverse, contrapposte, eppure sempre uguali e prevedibili nella loro mutevolezza, e ognuna bellissima e stupefacente nella sua unicità.
Anche il bosco è mutevole e sempre diverso da se stesso, non solo per le stagioni che gli regalano colori, odori, consistenze e luci diverse, ma perfino durante l’arco della stessa giornata.
Al mattino, profumerà più intensamente di terra, di rugiada, di resina e l’aria più fresca porterà i fruscii degli animali che timidi e schivi, scapperanno al nostro passaggio, pur non riuscendo a nascondere del tutto le loro tracce, se sappiamo coglierne gli indizi.
A metà giornata, con l’innalzarsi delle temperature, l’odore prevalente sarà quello del legno, degli aghi di pino secchi, dei funghi e del muschio.
La sera, terra bagnata, corteccia, legno scaldato dal sole.
E di notte…. Di notte, nel bosco, il buio è assoluto, rischiarato solo dalla luce delle stelle e della luna. E il silenzio rotto dai bramiti dei cervi in amore, dall’abbaiare dei caprioli, dal bubolare ululante dei gufi, dai fruscii degli uccelli e del vento tra gli alberi.
E il profumo… mi prenderete per pazza, e forse avete anche ragione. Ma di notte, a tutti i profumi che ho già elencato, si aggiungono anche quelli del cielo, delle stelle, dei sogni e dei desideri. Della pelle fredda, dell’acqua dei fiumi, dei sassi bagnati dalla pioggia.

Siamo fatti della stessa sostanza dei sogni….

Entrare nel bosco è fare un viaggio nel tempo, in un luogo che migliaia di anni fa era uguale ad ora, e presumibilmente lo sarà tra altre migliaia. E’ ritrovare la nostra “essenza”, riempirci di energia, pace, ricollegarci a qualcosa di superiore a noi, che c’era prima di noi, c’è ora e ci sarà in futuro.
Nel bosco, se lo vogliamo e ci disponiamo con l’animo giusto, possiamo trovare pace e serenità, respirare a fondo anche quando i dispiaceri o le paure sembrano impedire ai nostri polmoni di dilatarsi e riempirsi; trovare le risposte perfino alle domande che non sapevamo di porci, e soprattutto, riusciamo ad avvertire la vicinanza di chi ci manca, e sentirci avvolti in un abbraccio confortante, rinvigorente e curativo.
Per un’anima inquieta, sofferente, dolorante, il bosco è un balsamo, una carezza, è calore e amore, profumo e luce, tepore e rassicurazione. E, se sappiamo ascoltare, oltre alla luce del sole, tra le fronde degli alberi possiamo udire anche le parole che abbiamo bisogno di sentire.

Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane. (….)

Gabriele D’Annunzio, La pioggia nel pineto

  1. Benedetta Carlevaris

    Magia….. Grazie, Anto!

  2. Sandro libar

    Permeata da una non comune sensibilitá , attivata da apparati sensoriali in perenne allerta da uno spirito in perenne ricerca dell’essenza della vita. Una donna non comune la Anto..grazie.

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