Racconti di Carnia e di carnici

Carnia, montagna, natura, storia, Storie di carnici, vita vera

Sauris 1979 – Uniti e vincenti

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Oggi pubblico un post che non ho scritto io, ma un mio amico. Una persona che vuole restare anonima, e che è l’io narrante del racconto – vero – di un’avventura interessante e importante della storia di Sauris, e direi di tutta la Carnia.
Un racconto che testimonia una verità che dovrebbe essere perfino scontata, e invece è troppo spesso dimenticata o ignorata: solo uniti si possono ottenere dei risultati.
“Un al fas par mieç, doi a fasin par trei”, dice un vecchio detto. Figuriamoci tante persone tutte insieme per lo stesso scopo…
Ma leggete questo post, merita davvero il vostro tempo!

Sauris, 1979

Da sempre a Sauris, per una ventina di giorni all’anno, gli alpini facevano esercitazioni a Casera Razzo, sparando con gli obici collocati sul monte Pezzocucco oltre casera Mediana, sulle pendici del monte Bivera. I danni provocati erano ingenti in quanto sparavano sui ghiaioni ma spesso sbagliavano bersaglio, colpendo i pascoli sottostanti dove la cotica erbosa era l’unica forma di trattenimento del terreno, spesso provocando frane.
Il Sindaco convocò un consiglio comunale urgente per discutere una proposta, che veniva avanzata a livello nazionale, di concentrare i poligoni in poche aree riducendone il numero.
Era il 1979.
A Sauris, il Poligono di Monte Bivera doveva diventare attivo per circa sei mesi su un’area di più di cento chilometri quadrati con una interruzione estiva il mese di agosto. Il resto dell’anno era dominio assoluto della neve! Sei mesi neve, sei mesi bombe, dicevano tutti.
Ogni anno, a esercitazione conclusa, i militari pubblicavano il numero degli ordigni inesplosi e non trovati, mettendosi con questo la coscienza a posto, immagino! Con sei mesi di attività all’anno a Casera Razzo ci sarebbero state più bombe inesplose che mirtilli!

cima del Clapsavon dal Bivera

All’epoca ero segretario comunale a Sauris e il consiglio affollato di spettatori, cui assistei, discusse inferocito: noi qui abbiamo solo la tranquillità, ora ci portano via anche questa! e le malghe come facciamo a monticarle? e i boschi? e i turisti continueranno a venire? … Finito il consiglio la discussione rimase accesa a capannelli: un consigliere di Lateis, Svualdin, mi disse: se io potessi andrei dentro al poligono per impedirgli di sparare. Lui, ex boscaiolo, era senza una gamba, tranciata fra due tronchi. Mi dispiacque veramente non essere stato io ad avere l’idea, ma su due piedi la sposai!
Spesso la sera, in un club improvvisato nella stanza di uno stavolo adibito a deposito attrezzi, arredata con mobili dismessi ridipinti e vecchie sedie di tutti i tipi, si riuniva un nutrito gruppo di giovani Saurani. Discutevano e cercavano di inventare qualcosa da fare per il loro paese, per evitare che venisse abbandonato dai suoi abitanti. Anch’io avevo chiesto la residenza e quindi posso dire che eravamo in poco più di 500 distribuiti su 5 frazioni dislocate su un percorso di oltre 10 chilometri. In periferia a Milano non avremmo riempito neanche un condominio!
Chiesi di partecipare ad una loro riunione e proposi di invadere il poligono il primo giorno in cui fosse stato utilizzato. Dissi che avremmo dovuto andarci di notte il giorno prima e che ci saremmo fermati a dormire in malga Mediana. Assolutamente niente armi, nemmeno improprie, vietato anche un sasso nello zaino e perfino il coltello per il salame, se aveva la punta! In caso di arresto resistenza assolutamente passiva!
Alcuni di loro, che durante la settimana erano in Cadore nelle fabbriche di occhiali, si presero ferie. Partimmo in una trentina la sera prima sul tardi, era il 22 ottobre, cercando di eludere le sentinelle e sfruttando la grande conoscenza del territorio che quasi tutti avevano, me escluso. Fu nei miei confronti una straordinaria prova di fiducia.
Arrivammo in malga indenni e, acceso il fuoco perché il freddo era “caino” ed aveva cominciato a nevicare leggermente, cominciammo a bere e mangiare come neanche la morte prossima ventura sarebbe stata capace di scoraggiare. Nel frattempo avevamo sentinelle che a turno sorvegliavano lo spazio tra la nostra malga e l’accampamento degli alpini, sul Pezzocucco.

Casera Cjansaveit


La mattina presto sentimmo arrivare le campagnole dei militari, avvisati della nostra presenza dal fumo che usciva dal camino: si fermarono diffidenti ad una certa distanza da noi temendo fossimo violenti e parlandoci con un megafono. Andai io a parlamentare e quando mi dissero che dovevamo andare via gli chiesi: ma voi sapete perché siamo qui? Mi dissero che lo avevano capito ma che loro dovevano far sparare le artiglierie. Risposi che i militari non possono dare ordini ai civili e che quindi dovevano almeno mandarci i carabinieri. Dopo un po’ arrivarono anche loro con l’intenzione, lo sapemmo dopo, di arrestare una buona parte di noi per dare un segnale ed una lezione anti-facinorosi. Ma noi avevamo pianificato anche questo: ci avviammo verso il bosco che iniziava in cima ai pascoli lasciando indietro i più abili che dovevano tirarseli dietro sparendo, come sapevano fare benissimo, nella Foresta di Mediana, lì vicino, che conoscevano come le loro tasche. L’idea era di lasciare il dubbio che ci fosse gente dentro il poligono impedendo così di sparare. Avrebbe funzionato solo se non ci avessero presi, ma non riuscirono a vedere nemmeno uno di noi da vicino.
In effetti all’inizio andò tutto bene ma poi sentimmo un fragore assordante che rimbombava fra i monti e vedemmo arrivare un elicottero talmente a raso che fummo tentati di buttarci a terra. Sembrava di essere in Vietnam. Passava e ripassava tentando di disperderci e comunque riuscirono a spaventarci.
Non so come facessero ma volavano come diavoli, veramente bassi: erano proprio bravi i maledetti! Ad un certo punto ero in cima ad un prato e vidi risalirmi incontro come un incubo l’elicottero rasoterra, più basso di me. Quando mi passò sopra, mi sembrò a pochi centimetri, fece una virata e io alzai lo sguardo per vedere di fargli qualche segnale, se per caso fossero impazziti, e vidi che mi fotografavano.
Allora mi affrettai anch’io sul terreno terribilmente accidentato gridando agli altri di non correre: c’era il rischio che qualcuno si rompesse una gamba nei solchi profondi che intersecavano i pascoli: allora sì che ci avrebbero presi! Mi è rimasta negli occhi l’immagine di spalle di una biondina non alta ma ben tondetta che correva veloce come una lepre senza mai sbagliare un passo; tifavo e trepidavo per lei e per tutti, ne ero responsabile, ma nessuno cadde e tutti sparimmo nella foresta di Mediana. Sentivamo dire ai carabinieri che giravano fra gli alberi come al buio: tu li hai visti? Ma dove sono? Non ne presero mai uno, nemmeno nei giorni successivi quando intervennero in forze.
Svualdin, che era la nostra spia a fondovalle, trattenendo l’astio e conversando con finta amabilità​ con un ufficiale dei carabinieri che si meravigliava e si lamentava di come facessimo a volatilizzarci, disse: avete mai guardato in alto? Nel bosco di Mediana ci sono 20.000 piante, e se si arrampicano come fate a vederli?
Comunque io, segretario comunale, funzionario del Ministero dell’Interno, fotografato da un elicottero a fare il capo rivoluzionario in alta Carnia! Cominciai a pensare a quali attività lavorative alternative avrei potuto tentare per sbarcare il lunario…
Approfittando della nostra manovra diversiva, e contemporaneamente ad essa, salirono gli abitanti di Sauris a piedi per la disagevole strada bianca che sale a Casera Razzo e a Malga Mediana e su cui viaggiò anche una corriera per portare altri carnici venuti da più lontano, guidata dal mitico Arduino, autista saurano, seguita da un tremebondo secondo autista che guidava una corriera più piccola, credo facendosela addosso! Salirono in più di mille sulla leggera nevicata che durante la notte aveva imbiancato anche la strada, rendendola sdrucciolevole. Fu una manifestazione leggendaria, a 1.800 metri, con freddo e neve: ogni partecipante ne valeva 10!​ Fu presente anche mio fratello Francesco con due suoi amici di Udine e ne ha tuttora un ricordo indimenticabile!
Fu indetta dai Comuni di Sauris e delle valli vicine, dai sindacati, parteciparono i parlamentari della Regione e le forze politiche; fu un momento davvero importante per la storia di Sauris e della Carnia. Il manifesto lo feci io e ne conservo una copia fra i miei scartafacci.
Le esercitazioni vennero sospese a causa della nebbia… che non c’era!
Noi occupatori di poligoni arrivammo a Sauris di Sotto che tutto in quota era ancora in corso e trovammo un vero deserto perché tutti erano in montagna a difendere il loro paese: il parroco girava spaesato chiedendoci com’era andata e in una casa trovammo un’anziana signora che si muoveva a fatica e che, rivolta più che altro a me, che non conosceva e considerava “foresto”, disse con orgoglio: molti di noi hanno dormito a Casera Mediana stanotte! e, quando seppe che eravamo il gruppo degli intrepidi, fece una litrata di caffè tal cjalderuç (alla turca) mettendoci dentro mezza bottiglia di grappa senza nemmeno chiederci se la volevamo: la volevamo!
Una volta capito che si poteva fare, nei giorni successivi ci fu un vero assalto al poligono, anche dai paesi vicini, ed in qualche occasione i militari spararono esasperati vedendo benissimo le persone che appositamente si mostravano nell’area di tiro, oppure i fumosi fuochi di segnalazione che venivano accesi. Ci fu qualche momento di vera tensione ma si moltiplicarono le iniziative politiche, anche a livello nazionale, e i militari dovettero sudare sette camicie per scongiurare la figura di essersi arresi ai carnici non violenti.
È stato, per me, veramente commovente vedere la gente così unita per difendere la propria terra, la propria comunità e le proprie tradizioni. Da quella volta capii e dissi spesso che se si è uniti, non solo e non tanto nelle battaglie, quanto nella costruzione di futuro, si è invincibili! Per me è stata una delle tante lezioni apprese quassù, forse la più importante: in 500 muovemmo l’attenzione e l’intervento del Presidente della Repubblica!
L’editoriale dell’Espresso di quella settimana disse infatti che il presidente Sandro Pertini, eletto da poco più di un anno, si stava dimostrando sempre più diverso per l’interventismo dimostrato nel caso dello sciopero dei controllori di volo e in quello della “rivolta dei carnici”, contrastando i primi e dicendo che guai a chi toccava i secondi!
Ad un certo punto si sparse la voce di un civile morto nel poligono e il segretario di Pertini telefonò al sindaco, per avere notizie. Presi io la telefonata e passai subito la comunicazione: per fortuna non era vero, nessuno si fece male e Sauris iniziò, fra l’ammirazione di tutta la regione ed oltre, la sua risalita ed il suo riscatto. Questo è il vostro momento, dissero, e, alla fine, il poligono non si fece!
Ancora un ricordo. Ebbi occasione, facendo gli onori di casa su incarico del Sindaco Luca, di parlare con il comandante della Julia generale Benito Gavazza, nato a Torino e morto, nel 2010, a Cormons, nella nostra Regione. Mi guardava con una punta di divertito sarcasmo (aveva visto la mia foto in Mediana, o era solo la mia aria da sessantottino?) ma, a dispetto del suo nome di battesimo, ne ebbi un’impressione molto diversa da quella che mi aspettavo: si dimostrò comprensivo delle nostre ragioni pur difendendo quelle della necessità dell’addestramento dell’esercito, e in un momento in cui si accennò agli occupatori del poligono gli scappò di dire, con una punta di orgoglio e di ammirazione “Eh, sono i nostri alpini!”

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