Vieni in Carnia

Racconti di Carnia e di carnici

Carnia, montagna, riflessioni, Saggezza popolare, storia

Sierâts dentri, ma si cumbine di stes

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 Siamo talmente abituati ad andare e venire da casa e perfino a poterci spostare velocemente da un capo all’altro del mondo che il lockdown imposto dal corona virus ha causato uno shock psicologico più o meno in tutti noi.
Per mesi siamo usciti solo per necessità, muniti di autocertificazione, mascherine e senza poterci allontanare dal comune di residenza. Non abbiamo incontrato parenti e amici per due mesi, e perfino le passeggiate per un certo periodo erano vietate, per proteggerci da un nemico invisibile eppure terribile.
Eppure, soprattutto in zone di montagna come la Carnia, fino a qualche decennio fa restare bloccati nel proprio paese per tutto l’inverno, senza riuscire a spostarsi nemmeno per i pochi chilometri che dividevano una vallata e l’altra, era la normalità. E non c’erano elettricità, telefoni, tv e internet a rendere più confortevole e sopportabile l’isolamento forzato.
Facciamo un salto nel tempo, e vediamo come si viveva fino ai primi decenni del secolo scorso, allora. Per sentirci meno vittime di questa situazione e un po’ più vicini ai nostri nonni…
Perché Fasin di besoi, è il motto dei friulani, ma ancora più dei carnici. E ce la caviamo, egregiamente. I si rangjn, i cumbinin. Meglio di chi vive in un appartamento di città, senza giardino e natura fuori dalla finestra e ha più bisogno di socialità di noi cjargnei salvadis.

La Carnia è dominata da tre colori che prevalgono sugli altri, tre colori freddi come i lunghi inverni del passato: il verde, che copre quasi ogni superficie visibile con prati, boschi secolari e perfino tetti di tegole invetriate; l’azzurro dei torrenti, dei laghi e del cielo quando è sereno, e infine il grigio del cielo troppo spesso coperto, delle montagne e dei greti dei fiumi. Ma la Carnia è anche fuoco: dei fogolârs, das cidulis, das femenatis e quello più metaforico della fede, che ancora oggi arde in tutte le numerose ancone votive, chiese e pievi.


Questa era in passato, ed è ancora, la Carnia, terra di confine tra l’Austria, il Veneto e il limitare delle pianure friulane, con le sue vallate percorse da torrenti forti e testardi come la sua gente e  paesi incastonati tra le montagne che li sovrastano e proteggono materne.


Appesi alle pareti delle montagne come i mughi aggrappati alle rocce nude, isolati per morfologia geografica, nei secoli passati molti paesi della Carnia vivevano una dimensione di emarginazione totale dalla fine dell’autunno, quando iniziavano le abbondanti nevicate, fino al disgelo  primaverile. Sauris, Givigliana, Cabia, Tualis, Collina di Forni Avoltri… solo per citarne alcuni. Gli spostamenti a valle, e solo se strettamente necessari, avvenivano con slitte, sci, ciaspe e non senza difficoltà.
Ragion per cui gli abitanti di questi paesi durante la bella stagione si attrezzavano per poter sopravvivere nei lunghi mesi di freddo e isolamento accumulando ogni risorsa possibile: legna per scaldarsi e cucinare, patate, fagioli, mele, frutta secca e farina per la polenta, i più fortunati anche miele, vino, zucchero e carne affumicata, essiccata o conservata nello strutto. In ogni casa si allevavano galline, una o più mucche, capre o pecore. Il denaro era scarso, per lo più si viveva di quello che si produceva, che poi veniva barattato con quello che mancava, come tessuti per il corredo nuziale e i vestiti o farina bianca per il pane.
Si sfruttavano le risorse a disposizione, tutte e in ogni modo possibile, pertanto ogni famiglia contava almeno un falegname, mentre in vallate come l’alta Val But o la Val Degano molti lavoravano nelle fornaci che sfruttavano le filiere di argilla presenti sul territorio. (Ricordiamo la villotta popolare che così recitava ‘I voi a Cela jo/a fâ planela jo/ voi a Negrons/ a fâ modons’).


Il legno, abbondantissimo in ogni vallata, veniva usato in modo trasversale: nella costruzione di case e mobili, come fonte di calore, per alimentare i forni delle fornaci, per realizzare mezzi di trasporto o attrezzi da lavoro, per lastricare cortili e perfino per le calzature; lis dalminis, degli zoccoli dalla suola in legno e tomaia in cuoio, erano comunemente usate da contadini e malgari perfino d’inverno, quando dei ramponi di ferro – i glacins – venivano inchiodati alle suole per permettere di camminare sul ghiaccio senza scivolare.
Nulla veniva  sprecato: il concetto di usa e getta era completamente sconosciuto e quello di km 0 non era una moda ma una necessità. Per esempio, quello che veniva consumato come caffè, molto raramente lo era, ma si solito consisteva in una mistura di orzo e cicoria tostati sul fuoco.
Le costose candele di cera d’api venivano spesso sostituite dal lum di pin, una radice di pino o abete o un  legnetto intriso nella resina e acceso per farne una fiammella;  gli stracci troppo consunti per essere ancora rammendati venivano usati per comporre i vari strati delle suole degli scarpets, le pantofole in velluto nero che costituivano le calzature quotidiane di uomini e donne.

Una delle camere da letto esposte al Museo Carnico delle Arti Popolari di Tolmezzo

Con le foglie delle pannocchie si imbottivano materassi, con quelle raccolte nel bosco si coprivano i pavimenti delle stalle. Perfino il sangue degli animali macellati veniva raccolto e usato per farne una specie di budino, il sanguinaccio, o bollito fino a farlo rapprendere e mescolato a varie interiora per  la palmone, un insaccato dal sapore molto forte che viene ancora prodotto da qualche macellaio  amante della tradizione. Lo stesso formadi frant, ora presidio slow food, è nato per non sprecare le forme di formaggio gonfie e rovinate. (ne ho parlato in questo post).
Questo per quanto riguarda bisogni primari come il nutrirsi, coprirsi, scaldarsi. Ma per altre esigenze più spirituali?

Sauris d’inverno

Proviamo a pensare di trovarci nella Sauris pre-industrializzazione, per esempio. Coperta da metri di neve da novembre a marzo inoltrato, isolata dal resto del consorzio umano per la sua ubicazione.
Ma la natura, la vita, fanno sempre il loro corso, nel 1600 come ora. E si nasceva e moriva anche allora, ma  spesso, purtroppo, anche contemporaneamente.
E come si poteva dare degna sepoltura a un familiare defunto, se la terra che lo avrebbe ospitato dopo la morte era coperta da metri di neve e ghiaccio?
Non si poteva. Ma nemmeno era possibile, e soprattutto salutare, vivere insieme a un corpo in decomposizione. Così, i cadaveri venivano portati nei solai freddi e disabitati, e come ulteriore precauzione contro la putrefazione, affumicati facendo bruciare legna di faggio e ginepro in modo da conservarli fino al disgelo quando, finalmente, si sarebbe potuto procedere all’inumazione.
Ma perché non cremarli? Viene spontaneo chiedersi. La cremazione, che oggi ci sembra la soluzione più logica e igienica, non era in alcun modo contemplata: era convinzione diffusa che bruciare le spoglie mortali di una persona avrebbe impedito la risurrezione promessa dal Salvatore, e pertanto costituito un peccato gravissimo e perfino il rischio di dannazione eterna.
Ma c’era anche un’altra condizione che avrebbe impedito all’anima di salire in Paradiso e godere dell’eterna  contemplazione del Creatore: morire prima di aver ricevuto il sacramento del battesimo, che lava via il peccato originale, fardello di ogni persona che  viene al mondo. E purtroppo, molti bambini nascevano morti o morivano a causa di parti troppo difficili o lunghi.
Fino alla seconda metà del 1600, le famiglie della Carnia e del Friuli a cui moriva un neonato, affrontavano un lungo e travagliato pellegrinaggio a piedi fino al santuario di Maria Luggau, in Carinzia, dove si riteneva che i poveri cadaverini ritornassero in vita per gli istanti necessari a ricevere il battesimo, unico lasciapassare per la beatitudine eterna.
Immaginate il grande sacrificio e la difficoltà di raggiungere, a piedi lungo sentieri impervi tra le montagne, in ogni stagione, un santuario in Austria, e poi il ritorno, sempre con il corpo di un neonato morto in braccio. Un viaggio lungo, estenuante, pericoloso e difficoltoso, oltre che dispendioso.
Ma la devozione mariana era forte in ogni angolo della Carnia, e a Trava, un piccolo agglomerato di case sopra Lauco, c’era un’immagine della Madonna che veniva venerata ormai da anni, anche dagli abitanti dei paesi circostanti. E pian piano, si sparse la voce che la madre di Gesù aveva compiuto questa o quella grazia. E quale grazia più grande chiedere alla madre di Dio e di tutta l’umanità, se non quella di poter donare la pace eterna a dei poveri bambini, la cui unica colpa era quella di discendere dai nostri fallaci progenitori, Adamo ed Eva?
E la Madonna, iniziarono a dire, aveva ascoltato le suppliche: c’erano stati casi di bambini nati morti che si erano risvegliati alla vita per gli attimi necessari a ricevere il battesimo e poter accedere alle porte del Paradiso. Non era più necessario lasciare la Carnia e andare a Maria Luggau per avere la grazia!
Così, nel luogo dove inizialmente c’era solo un’effigie mariana venne edificata una chiesa, che presto divenne meta del mesto pellegrinaggio dei genitori di bambini i cui occhi non avevano mai visto la luce.
La diocesi di Aquileia non vedeva di buon occhio questo fenomeno, non credendo a quei miracoli troppo frequenti, spettacolarizzati e soprattutto monetizzati, e dei quali cui si parlava ormai non solo in Carnia, ma in tutto il Friuli. I genitori affranti venivano accolti nel santuario da due donne che gridavano alla grazia ogni volta che prendevano in braccio un povero corpicino, che a loro detta aveva aperto un occhio o entrambi, esalato il primo e ultimo respiro, mosso una manina… In base alle possibilità economiche della famiglia, una ricompensa veniva data alle donne, al prete che officiava il battesimo dopo la ‘risurrezione’ e anche al notaio che registrava il miracolo avvenuto e la morte di nuovo sopraggiunta del povero bambino.
Ma nonostante i tentativi di Aquileia di porre fine a questo ‘commercio’ di salvezza ultraterrena, la devozione e la disperazione dei genitori non si potevano fermare, e i pellegrinaggi continuarono dagli anni ’60 del 600 fino almeno alla fine del 1800, come testimoniano i vari ex voto ritrovati nel santuario.
Se pensiamo a quali e quante sono oggi le nostre esigenze, e quali erano le esigenze dei nostri antenati, e come le sapevano affrontare, forse il periodo di quarantena e distanziamento che abbiamo vissuto, e purtroppo non è ancora del tutto finito, acquista un nuovo significato e un nuovo peso.
Concludo non con l’andrà tutto bene, perché è ingenuo e perfino sciocco pensarlo, ormai: questa crisi avrà ripercussioni economiche e sociali difficilmente quantificabili in questo momento, ma con la speranza che siamo forti e… i cumbinarin. “Si cumbine dut, signorine, baste vulei!” Mi disse una volta un vecchio carnico, originario proprio di Trava. E io voglio crederci!

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