Racconti di Carnia e di carnici

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Alla scoperta delle opere del Vallo Alpino – seconda parte

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… continua dal post precedente

Tutto era in ordine nel bunker: le pesanti porte di sommergibile erano chiuse, le luci, tranne quella del corridoio di ingresso, spente. Il deumidificatore, con il suo ronzio di sottofondo, funzionava perfettamente, e così la linea telefonica. Non c’era stato alcun attacco, nessuna intrusione.


Valter abbassò la sua Beretta calibro 9, e al suo segnale si rilassaranono anche i ragazzi della sua squadra, abbassando a loro volta i Garand 7,62.
Non si sarebbe rilassato molto il suo predecessore, ma conoscendo Valter, la cosa sarebbe rimasta tra loro, risolvendosi con una lavata di capo senza far intervenire i superiori che gli avrebbero assegnato una punizione.
Spensero le luci, firmarono il registro e chiusero entrambe le porte. Ogni opera aveva almeno un’entrata e un’uscita, sempre nascoste dalla vista dei civili. Se un’entrata dava sulla strada, come nel caso dell’opera di Cesclans, era così integrata nella roccia che sarebbe comunque passata inosservata alla maggior parte delle persone.

 


Ma non a tutte. Non tutti ignoravano che nelle gallerie ci fosse attività, o l’esistenza stessa delle gallerie.
Molti conservavano ancora il ricordo di averle scavate nel ventre delle montagne, usando mine e picconi quando erano giovani, durante il Ventennio. Altri, di averle svuotate di tutto il ferro che riuscivano a portare via appena finita la Guerra.

Ogni guerra lascia orfani, vedove, miseria e fame. E la seconda Guerra Mondiale, devastante e conclusasi insieme a oltre venti anni di dittatura, aveva lasciato l’Italia in ginocchio. E in Carnia, zona montana e marginale, piegata dalla povertà, anche il ferro sottratto alle gallerie per essere rivenduto poteva essere una piccola fonte di sostentamento.
Così il Governo diede ordine all’esercito di sigillare gli accessi alle gallerie, per evitare che venissero svuotate di tutto quello che contenevano. Perché non si sa mai, potevano sempre tornare utili…

♦Nel 1945 la Seconda Guerra Mondiale finisce, ma la vera pace è lontana.
La Germania nazista, madre di orrori inimmaginabili che hanno sconvolto il mondo, è sconfitta e divisa in due per indebolirla affinché non possa più rappresentare un pericolo. La Germania occidentale è sotto l’egida degli americani, inglesi e francesi, quella dell’Est è sotto l’Unione Sovietica. Hitler e Mussolini sono morti e in Europa, è rimasta un’unica dittatura, quella di Francisco Franco in Spagna. Ma secondo gli Stati Uniti non è il regime franquista a costituire un pericolo per l’equilibrio ricostitutito, bensì l’Unione Sovietica: grande, enorme, potente. E il comunismo che si oppone, come la notte al giorno, al capitalismo americano.

♦Nel 1947  il Presidente USA Truman si propone di combattere l’espansionismo sovietico, offrendo aiuto agli Stati minacciati, tra i quali la Grecia e la Turchia. Il Segretario di Stato George Marshall elabora un piano di aiuti all’Europa occidentale per finanziare la ricostruzione post-bellica (Piano Marshall).
♦Nel 1948 Stalin blocca gli accessi a Berlino Ovest, interrompendo ogni via di comunicazione stradale, fluviale e ferroviaria. Il blocco sarà revocato dopo undici mesi, durante i quali un  aereo di rifornimenti fornisce viveri, medicinali e altri beni di prima necessità a due milioni di berlinesi.
♦Nel 1949 a Washington viene firmato il trattato di collaborazione della difesa, il cosiddetto Patto Atlantico NATO. Ma l’URSS non sta a guardare, e nello stesso anno partono i primi esperimenti atomici sovietici.
♦Nel ’52 , Stalin offre alla Germania la possibilità di riunificarsi, purché non si schieri con le potenze occidentali e rimanga neutrale. Le potenze occidentali appoggiano il governo tedesco-occidentale rifiutando l’accordo.
♦Nel 1955, a dieci anni dalla fine del conflitto, la Germania Federale entra nella NATO e si dota di un proprio esercito nazionale. A Varsavia, sotto la guida di Nikita Khruščёv, il successore dell’ormai defunto Stalin, i Paesi dell’Est stipulano un patto di difesa reciproca.
Il mondo è diviso in due da una Cortina di Ferro invisibile ma pesantissima e gelida. La Guerra Fredda è ufficialmente in atto.
La tensione è alta, la spada di Damocle della Terza Guerra Mondiale è appesa a un filo che non è solo sottile, ma addirittura sfilacciato.
Nel 1961 a Berlino Est inizia la costruzione del Muro che divide la città e l’Europa stessa. E’ una metafora in muratura della divisione tra mondo Occidentale e Unione Sovietica. L’anno seguente, la crisi dei missili di Cuba, geograficamente appartenente all’America  ma politicamente all’URSS, rischia di tagliare definitivamente il filo che sospende la spada.
La tensione è altissima, le opere del Vallo Alpino riprendono vita.
Le zone fortificate sono controllate e presidiate e ad alberi e pali vengono appesi cartelli con divieti di accesso, avvicinamento, perfino di scattare fotografie.

un cartello arruginito che riporta i divieti in italiano, inglese, tedesco e francese

Gli anni passano.
Sul Monte Festa una nuova caserma si è aggiunta alle fortificazioni della Prima Guerra Mondiale: ci vivono stabilmente militari americani che monitorano sia i cieli per intercettare eventuali aerei nemici provenienti da Est che tutta la zona sottostante.

Più in là, nel cuore del monte Scinauz, sulla inaccessibile cima impervia, un potente radar intercetta segnali fino agli Urali e al Mar Baltico.
Entrambe le montagne sono interdette ai civili. Non è vietato solo salirci, ma anche, come per le opere, scattare fotografie. Tutto deve essere il più segreto possibile.
E’ un universo parallelo: il mondo esterno, quello dei civili, vive la sua vita quotidiana come sempre; dentro le gallerie fortificate, nei bunker, nelle polveriere, tutto è pronto per attaccare e difendere.
In segreto. Un segreto di Pulcinella?  Non tanto.
Ho già detto che la gente sapeva dell’esistenza delle opere. E a Cavazzo, Bordano, Osoppo, i soldati  americani, con le loro grosse Jeep verdi e a volte perfino con gli elicotteri a due pale, si facevano notare. Sì, a volte scendevano a valle. Entravano nei negozi, facevano la spesa. Salutavano la gente che li osservava curiosa e un po’ intimorita.
Anche i bambini, seppur ignari di tante cose, hanno occhi e orecchie. E le loro passioni.
Verso la fine degli anni ’70, due bambini di Cavazzo, durante le loro scorribande estive in bicicletta, si spingono fino al confine tra Cavazzo e Pioverno, lungo quella strada che oggi è pista ciclabile. In mezzo al greto del Tagliamento, si staglia una costruzione in cemento armato. I grandi la chiamano lo Squalo. Ma di fronte, celato alla vista dei più distratti dalla boscaglia, un box in lamiera custodisce al suo interno qualcosa di segreto e tremendamente affascinante. E questo qualcosa è unito allo Squalo da fili di acciaio e carrucole che scorrono da un palo all’altro.


I bambini provano a guardare all’interno del box, ma non vedono nulla. Non ci sono finestre nè feritoie. I divieti non li spaventano, non vedono nessun soldato e nel caso scapperebbero con le loro biciclettine nuove, regalo per la promozione.
Decidono di elaborare un piano dettagliato. Sarebbero tornati verso sera, quando gli adulti rientravano dai lavori nei campi o nel bosco, così non avrebbero incontrato nessuno. E avrebbero provato a entrare nel box. Sicuramente nascondeva fucili e munizioni, altrimenti perchè l’esercito  avrebbe vietato di avvicinarsi?

Il box era posizionato dove ora c’è questa botola in ferro


Così, in una calda sera estiva, dopo aver cenato, i due dissero ai genitori che sarebbero andati a giocare e mangiare more in campagna, e si diressero invece verso Pioverno. Uno dei due, il più temerario, aveva sottratto al padre un leverino, con l’intenzione di usarlo per forzare le pareti in lamiera del box. Gli adulti, in quel periodo erano tutti presi dalla ricostruzione post terremoto e i bambini godevano di una discreta libertà.
Arrivati al box, nascosero le biciclette tra i cespugli, e si avvicinarono guardandosi attorno. Non c’era nessuno. Col leverino provarono a forzare una parete. Niente. Un’altra. Niente.
Non si diedero per vinti, erano decisi a tornare a casa almeno con un’arma a testa. Dopo un quarto d’ora di tentativi andati a vuoto, il rumore di un motore che si avvicinava veloce li spaventò, presero le biciclette sotto il braccio e scapparono di corsa nel bosco.
Dal loro nascondiglio tra i cespugli, osservarono arrivare un camion militare, dal quale scesero dei militari armati. I due bambini sentivano i cuori battere così forte nei loro piccoli petti che temevano lo potessero udire anche i soldati.
Ma questi erano concentrati nel loro compito. Fecero il giro del box, controllarono i pali con i fili di acciaio e le carrucole, poi due di loro aprirono il box ed entrarono per qualche minuto.

presa d’aria per il bunker sotterraneo. Ce ne sono due


I ragazzini avrebbero tanto voluto vedere cosa si nascondeva all’interno di quelle quattro pareti di lamiera, ma non riuscirono a vedere nulla.
Come erano arrivati, i soldati ripartirono. In direzione Pioverno. Probabilmente, pensarono i bambini, andranno a controllare anche lo Squalo.
La paura di essere sorpresi  – e  chissà? Catturati, arrestati, messi in prigione? La fantasia dei due galoppava fervida – e la convinzione di aver fatto scattare qualche allarme li convinse a non tentare più di intrufolarsi nel box. Molti anni dopo, avrebbero scoperto che in caso di bisogno, quel box si sarebbe aperto come un fiore, facendo scendere fino al terreno le pareti in lamiera che nascondevano non fucili, ma una torretta di carroarmato ben rifornita di munizioni. E le carrucole servivano a scambiarsi munizioni con lo Squalo, altra opera difensiva posta proprio in mezzo al Tagliamento tra Cavazzo, Carnia e Venzone.

Sono scesa qui sotto a perlustrare. sono uscita con i piedi fradici: lì sotto ci sono almeno due dita d’acqua!

 

 

 

 

  1. Giorgio Artini

    Bellisimo racconto,uno spaccato di vita che in friuli deve essere stato trascorso da molte persone curiose di sapere cosa vi era dentro quelle lamiere che si trovavano in tanti posti di quella regione.

  2. Commenti per autore

    Grazie! Anche questa, come la precedente, è una storia vera. Ed è bella proprio per questo..
    PS quei due bambini, ora 50enni, si erano spaventati a morte, tanto che non hanno più tentato di entrare o anche solo sbirciare, nel box! 😁

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